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“Pezzi”: il libro di una ricercatrice americana sulle storie di Giovanisì

Pubblicato da giovanisi il 8 luglio 2013

Per circa un anno è stata parte dell’Ufficio Giovanisì Lindsay Paiva, ricercatrice ventiduenne originaria dello Stato del Rhode Island negli Stati Uniti.

Lindsay, dopo essersi laureata in letteratura al Connecticut College, ha vinto una borsa di studio del programma Fulbright per un progetto di ricerca di nove mesi a Firenze.
Come tema della sua ricerca Lindsay ha scelto Giovanisì: ha voluto raccontare le storie dei giovani toscani che hanno beneficiato delle misure del progetto.

Durante questi mesi, infatti, Lindsay ha girato la Toscana ed ha intervistato giovani che hanno ottenuto il contributo affitto, svolto un tirocinio, il servizio civile, aperto un’impresa o vinto una borsa di studio grazie a Giovanisì.

Oltre ad aver pubblicato alcuni dei suoi racconti  nel libro e nel blog di “Accenti-autonomi racconti di Giovanisì” (insieme a quelli di altri 9 scrittori toscani)  Lindsay ha scritto un libro (in italiano ed inglese) dal titolo “PEZZI” dove ha raccolto tutte le storie dei giovani di Giovanisì che ha intervistato durante quest’anno.

Scarica il libro in formato pdf  (Quest’opera è distribuita con Creative Commons Licenza Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0. Una copia di questa licenza è disponibile qui)

Perché dovresti leggere questo libro e perché nessuno legge le prefazioni
da “PEZZI” di Lindsay Paiva

Riguardo alle prefazioni la questione è: nessuno le legge.  Seriamente.  Pensa al periodo universitario. Ci sono 84 pagine che rimangono tra te ed il tuo letto, poi apri il libro che devi leggere per il seminario di modernismo di domani e vedi che c’è una prefazione.  Ed è sette pagine.  Jackpot.  È come vincere la lotteria letteraria.  Salti quelle pagine senza pensarci su e puoi andare a letto dodici minuti prima.  Tutti vincono.  Tranne forse l’autore che ha perso tempo a scrivere quella prefazione.   Questo è il motivo per cui sarei contenta se leggessi la mia.  Ovviamente sono di parte ma credo che questo piccolo pezzo del libro spieghi il mio progetto e quello che ho provato a fare.

Il mio ultimo anno d’università ho deciso di inoltrare una richiesta per tornare in Italia (ho studiato a Perugia l’anno precedente) per fare ricerca sui programmi educativi.  Il Fulbright è un programma del governo federale che offre borse di studio agli americani per fare ricerca o per insegnare inglese in più di 150 diversi paesi.

Quando ho fatto la richiesta per il Fulbright (una borsa di studio americana) avevo in mente che avrei voluto studiare uno dei progetti toscani che erano parte dell’iniziativa Education 2020 dell’Unione Europea. Pensavo che sarebbe stato interessante focalizzarmi sull’istruzione adulta perché la maggior parte delle mie esperienze educative erano state con bambini e giovani.  Quando sono arrivata a Firenze però ho capito subito che non era attivo un programma regionale per gli adulti.  Ottimo.

Ho tergiversato un po’, poi ho deciso di studiare un altro progetto.  Il fortunato vincente è stato Giovanisì, un progetto per l’autonomia giovanile.  Pensavo che sarebbe stato interessante intervistare i beneficiari del programma ed usare la narrativa per dipingere il quadro della vita dei giovani in Toscana oggi.

Dovevo semplicemente decidere come presentarmi alla Regione.  Sono abbastanza ossessiva in queste cose, quindi innanzitutto volevo sapere assolutamente ogni singolo dettaglio del progetto, ogni statistica sulla disoccupazione giovanile e sull’istruzione in Toscana, in Italia, in Europa e nell’universo intero, oltre al colore preferito e al codice fiscale del responsabile del programma.

Questo essenzialmente vuol dire che ho passato le prime tre settimane dopo il mio arrivo a Firenze in biblioteca, rovistando il sito di Giovanisì, leggendo studio dopo studio dell’IRPET, avendo piccoli esaurimenti nervosi ogni ventisette minuti e mangiando quantità significativa di cioccolata.

Finalmente un amico della mia famiglia che lavorava in Regione mi ha detto che dovevo smettere di essere una strana eremita e andare a dire a Giovanisì che esistevo e che lo stavo studiando proprio nella biblioteca in fondo alla strada.  Quindi abbiamo fissato un appuntamento.  Ho letto qualche altro studio, ho scritto qualche coniugazione d’emergenza sui margini del mio quaderno e sono andata all’ufficio della Regione.

Poi ho incontrato Carlo e David e mi hanno presentato al resto dello staff.  Hanno sorriso, hanno fatto cenni di assenso quando gli ho spiegato la mia idea, mi hanno dato una scrivania e mi hanno invitato a chiedere per qualsiasi cosa, quando volevo.  Tutto il resto è storia.

E i mosaici?  Lasciami spiegare.  Una delle ragazze che ho intervistato, Lila, è un’artista di mosaici.  Un giorno stavo guardando le foto di una delle sue opere e una lampadina metaforica si è accesa nel mio cervello.  Erano settimane che cercavo di pensare al tema del libro e credevo che mi sarebbe venuto in un momento estremamente strano – nella doccia, durante una corsa, in fila all’ufficio postale – come mi vengono la maggior parte delle idee.  Invece mi è successo mentre ero avanti al computer.  Meno male.

Mentre guardavo una delle opere meravigliose di Lila, ho cominciato a pensare ai mosaici come cose.  Un mosaico è solamente un insieme di parti imperfette che sono composte per fare un quadro completo, per fare qualcosa di bello.  Qui entra in gioco la mia metafora, quindi ascolta con pazienza. Ho cominciato a pensare a tutte le persone che ho intervistato, a come ognuno di loro sta cercando di fare una piccola esperienza, forse solo un tirocinio, una borsa di studio o qualche mese all’estero.  Poi ciascuno di loro cerca di prendere tutte queste piccole esperienze, come imperfette e non collegate, e metterle insieme.  Per fare un quadro completo.  Per fare qualcosa di bello.

I pezzi di un mosaico non vanno insieme perfettamente.  Ci sono aperture, buche ed imperfezioni.  Qualche pezzo è brutto.  Qualcun altro è bello.  Qualcuno è spento, altri sono brillanti.  Alcuni altri sembrano non essere adatti.  Quando sono messi tutti insieme però, creano qualcosa di spettacolare.

“Il tutto è maggiore della somma delle parti”.  Non potrei dire il contrario ma non ho mai capito fino in fondo questa frase.  Quando penso a tutte le persone che ho intervistato però questa frase acquisisce senso.  Per loro infatti, il tutto è maggiore della somma delle parti perché per mettere tutti quei pezzi insieme ci vuole lavoro.  C’è lo sforzo, il cemento, il processo, che sono nascosti.  Quando si guarda la persona intera e si pensa a come è ora, non si vede tutto quel lavoro.  Magari vedi alcuni pezzi se guardi attentamente (o se leggi il suo CV), ma è il lavoro che c’è dietro – le ricerche di lavoro naufragate, le delusioni, l’attesa – che non si vedono.  Spesso è questo lavoro il più importante perché sostiene la speranza e l’ottimismo mentre si affrontano le difficoltà.

Ho scelto il titolo Pezzi non solo perché ogni persona che ho intervistato sta mettendo insieme le proprie esperienze, ma anche perché ognuno di questi racconti è un pezzo di un mosaico più grande.  Attraverso questi racconti ho provato a dipingere un quadro di vita dei giovani in Toscana oggi ma è ovviamente un quadro che è imperfetto e incompleto.  Ci sono sempre degli spazi fra questi racconti e anche dentro la storia di ogni individuo ci sono dei buchi.  Ma queste aperture contribuiscono alla bellezza dell’opera e ci ricordano della bellezza nelle nostre vite.  Qui ci siamo tutti, mettiamo insieme i nostri pezzi, qualche volta in combinazione con le piastrelle degli altri e tutto il tempo ognuno di noi è un work in progress: incompleto, imperfetto, ma bello.

Pubblicato il 8 luglio 2013